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L'Europa morirà senza la fede?

 

Mons. Józef  Życiński

 

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Come sarà il futuro della cultura europea, se il processo di laicizzazione, ben visibile oggi, continua ad operarsi? Ne risulterà ‘la morte di Dio’ nel contesto culturale, annunciata da Friedrich Nietzsche nel 1882, espressa dall’allontanarsi in modo completo dai valori e modelli di vita cristiani? Nella cultura di domani, si osserverà un progressivo distaccarsi da tutti quei valori ed atteggiamenti culturali che in duemila anni hanno scolpito il lato spirituale del nostro continente? Sono alcune delle domande che interessano non solo i cristiani. L’orientamento dell’evoluzione culturale nel futuro è una questione di rilievo che viene affrontata da numerosi rappresentanti di ambienti intellettuali. Secondo loro, l’idea della morte di Dio è legata all’annuncio della morte dell’uomo nel contesto culturale, all’assenza di senso, alla decostruzione dei valori umani essenziali.
         Il nichilismo che sussegue la disperazione appare allora come sintomo di una crisi di cultura che dovrebbe preoccupare. Nei commenti pessimistici a questi cambiamenti si tiene conto della possibilità di manifestarsi di una crisi profonda nella cultura europea; vi si suggerisce il cambiamento nell’orientamento dell’interazione culturale, il cui simbolo poteva essere prima anche il Congo Belga, mentre oggi viene considerata la possibilità di costituire nel futuro il Belgio Congolese.


           Nelle condizioni di oggi, si vedono delle numerose similitudini tra lo sviluppo della Grecia Antica e la situazione culturale nell’Europa contemporanea. In un dibattito recente, uno dei commentatori australiani ha detto: ‘Lasciamo l’Europa in pace. L’Europa ha compiuto il suo dovere e adesso l’Europa può andarsene. Occupiamoci della Cina, perché il terzo millenio, nello sviluppo culturale, sarà dominato dall’Asia’. Lo stesso tema riappare in contesti vari, suggerendo che l’Europa possa risultare un equivalente della Grecia nel futuro sviluppo culturale. Duemila anni fa, la Grecia era la culla della poesia e del dramma, dell’architettura e della metafisica, della matematica e della geometria, mentre oggi è uno stato ai bordi del continente europeo, dove dei pastori poveri pascolano le pecore, uno stato che attira dei turisti soprattutto con le sue attrattive turistiche. E nel futuro anche l’Europa avrebbe la stessa sorte della Grecia, a livello continentale? Esistono ancora dei valori fondamentali al retaggio del nostro continente, tra di essi dei valori spirituali e religiosi, in grado di contrapporsi ai segni preoccupanti della cultura contemporanea?


La cultura senza Dio?


          Negli ambiti non cristiani si può avere la risposta seguente a queste ultime domande: A dispetto di quello che sosteneva Dostoievsky, anche senza Dio si potrebbe costruire una spiritualità laica, che esprimerebbe una nuova forma dell’umanesimo. Il vuoto, la disperazione e il nichilismo non sono di sicuro l’unica alternativa ai valori e giudizi morali, tipici alla tradizione europea, che maturavano tra il retaggio dell’Acropoli e del Campidoglio attingendo ispirazione dal Vangelo. Bisogna osservare però che le proposte alternative, contrarie alla cultura europea, alla fine risultavano poco durevoli e portavano a un vicolo cieco. Come nelle opere di Dostoievsky, dopo aver rifiutato Dio, ci si produceva una crisi culturale preoccupante che distruggeva le basi dell’umanesimo.


          Come esempio preoccupante di tale atteggiamento si potrebbe indicare l’antropologia di Übermensch, di cui le dichiarazioni patetiche furono bruciate per sempre nei forni crematori di Auschwitz, ricordando l’orrore del genocidio controllato da un sistema che riduceva il ruolo di Dio all’iscrizionie Gott mit uns. Dai sogni prometeici sull’affrancamento dell’uomo nacque, nello stesso periodo, un altro sistema totalitario con i lager di Kolyma come simbolo espressivo. Quel sistema fu fondato sulle dichiarazioni orgogliose ispirate dalla visione di ‘un uomo nuovo, sovietico’  che diventava più maturo in un collettivo che propagandava la lotta delle classi. Nel nome di una tale visione, Lenin comandava a sua moglie, Nadežda Krupskaja, di eliminare dalle biblioteche tutte le opere degli autori classici come per esempio Platone, Tommaso d’Aquino, Cartesio, Kant. Le dolorose conseguenze di questo rifiuto dell’Europa si verificano ancora oggi in molti ambienti che sono affascinati dal comunismo e considerano l’Occidente e la cultura europea come simboli del disgregamento e della corruzione.


          Gli esempi riportati sopra non esauriscono tutta la complessità delle dolorose vicende culturali suscitate dal totalitarismo rosso e bruno. Si potrebbero inidicarne delle varianti divergenti ricorrendo agli esempi di Mussolini, Pol-Pot oppure Mao-Ze-dong. Si potrebbe anche ricorrere al radicalismo studentesco della generazione del 1968. Le attrattive candide dei giovani, dalla Sorbona alla Berkley, all’epoca erano espresse dallo slogan 3 M. Nella sua prospettiva proprio Marx, Mao e Marcuse erano maestri di una nuova fase della cultura. Tra gli altri nomi scanditi durante le manifestazioni giovanili, si ripetevano come mantra per i liberati quelli di ‘Lenin, Stalin, Trockij e Mao’. Facendo un commento a tali slogan il vecchio generale De Gaulle si è limitato a un’osservazione aspra del genere: ‘Sapevo che erano stupidi, ma non sapevo che lo fossero a tale punto!’. Nasce la domanda:  Che cosa è rimasto, dopo quarant’anni, degli slogan della generazione del 1968? A base di quali criteri si dovrebbe giudicare se il programma radicale proposto è una manifestazione della rivoluzione culturale oppure di una vuota retorica anti-intellettuale?
Animal pragmaticum?


Dopo aver analizzato gli errori del passato si può senz’altro postulare di evitare il radicalismo ideologico e di limitarsi alle regole pragmatiche quando uno si mette a cercare un’alternativa alla tradizione cristiana. La pragmatica però, può acquistare delle forme varie. L’utilizzare la pelle dei prigionieri di Auschwitz per rilegare dei libri era anche questo l’espressione di una certa pragmatica. Allora è necessaria una domanda sulla gerarchia dei valori e delle norme etiche che potrebbero svolgere un ruolo importante nella vita sociale dei pragmatici. Nella concezione giudeo-cristiana dei valori viene accentuata la libertà e la dignità della persona umana creata a immagine di Dio. Nella prospettiva del neopragmatismo invece, cui principale rappresentante è Richard Rorty, non si parla né dell'umanità né della dignità, siccome quei termini erano da egli considerati come vestigi metafisici. Egli precisa troppo chiaramente il senso delle tesi di Nietzsche: ‘Dire dopo Nietzsche che Dio è morto sarebbe come affermare che non serviamo a nessuno scopo maggiore. Non esistono delle questioni che uniscono le generazioni in un solo genere naturale chiamato umanità’. In una tale prospettiva scompare il senso di una famiglia umana solidale, unita da valori umani comuni.


          Un altro problema è quello dei criteri sui quali dovrebbe essere costruito il sistema morale del pragmatismo e dei principali valori al suo interno. In quel campo viene proposto molto spesso il criterio del consenso e del numero prevalente delle voci nel referendum oppure nelle elezioni. Proprio in quello il pragmatismo è diverso dal modo cristiano di affrontare la questione riconoscendo il carattere obiettivo e universale dei valori e delle regole morali. Le conseguenze di una tale differenza sono molto profonde. Un’antropologia che rifiuti l’antisemitismo solo perché il 51% degli elettori vi si erano opposti sarebbe difficile da accettare.
Però, dove si può cercare la giustificazione di norme simili dopo aver rifiutato sia il sistema dei valori religiosi che i concetti metafisici delle correnti umanistiche?


           Gli esperimenti pedagogici di Bertrand Russell mostrano chiaramente la fragilità dei modelli culturali basati sul consenso ispirato dal pragmatismo. Egli cercava di creare un sistema educativo fondato sul liberalismo. Ha aperto una scuola famosa a Beacon Hill. Alcuni anni dopo, la scuola ha chiuso a causa dell’incompatibilità profonda delle idee dei dirigenti sulla formazione. Un’allieva di quella scuola, la figlia di Russel, Catarina, alle prese con la domanda fondamentale sul senso della vita, si è fatta allora battezzare ed ha deciso di mettersi a lavorare in un centro missionario in Africa


Assiologia del successo
 

La nozione del successo è una delle categorie di base nelle discussioni sulla cultura contemporanea. Il successo stesso, come tale, non è un male. Il male appare quando viene distrutto il mondo dei rapporti interpersonali, invece l’altro diventa solo l'elemento di uno sfondo che serve da orizzonte ad ambizioni estremamente individualistiche. Di conseguenza, quando uno vede nell’altro solo un rivale, le relazioni interpersonali si indeboliscono e scompaiono. Al posto dell’eliminato Assoluto, di Dio, può apparire presto il mondo degli assoluti artificiali, nel quale il successo, il piacere o il consumismo godono di una rilevanza che oggettivamente non meritono.


          Nell’enciclica ‘Caritas in veritate’ Benedetto XVI chiede in modo chiaro di fare attenzione nel costruire un mondo nuovo di assoluti artificiali. Quell’enciclica scorge dei pericoli per la cultura umanistica in quanto sia tratta l’uomo in modo utilitare, sia mostra un’assoluta indifferenza nei riguardi di Dio. In seguito a una tale pratica, si può produrre ‘l'assolutizzazione della tecnica’ per cui ‘l'imprenditore considererà come unico criterio d'azione il massimo profitto della produzione; il politico, il consolidamento del potere; lo scienziato, il risultato delle sue scoperte’ (p.71). Le parole del Papa, che dichiarano che ‘L'umanesimo che esclude Dio è un umanesimo disumano’ (p.78), sono state disapprovate dagli ambienti convinti che l’Europa potrà esistere anche senza valori religiosi. Quelle parole, che hanno il loro equivalente nel magistero di Giovanni Paolo II, esprimono l’idea secondo la quale nella corrente dei profondi cambiamenti culturali ci sono delle costanti che dovrebbero rimanere invariate in qualsiasi condizione. Quelle costanti svolgono un ruolo determinante nella nostra ricerca del senso, dei valori e delle regole, indipendenti dalle condizioni immediate.


          Le costanti, di cui si interessano i fisici, vengono chiamate le leggi della natura. Le costanti che intrigano i filosofi, costituiscono il mondo dei valori assoluti e delle regole universali. La costante teologica è Dio. La convizione del suo ruolo ispirante nella cultura del XX secolo costituisce la base alla difesa della posizione secondo la quale il futuro sviluppo della cultura potrà salvare i valori umanistici fondamentali per la tradizione europea. Quei valori hanno un ruolo importante anche nell’epoca contemporanea di mutamenti profondi che accompagnano la rivoluzione scientifico-tecnica; essi costituiscono delle costanti antropologiche che attestano l’esistenza di un’identità spirituale dell’uomo. Si manifestano nei comandamenti del Decalogo e nei dubbi di Antigone, nel giuramento di Ippocrate, nella nostalgia dell’Itaca di Odisseo, nei dilemmi etici dei protagonisti di Shakespeare. Sicuramente i dilemmi morali di Antigone potrebbero essere sostituiti dall’esperienza di un’insostenibile leggerezza dell’essere, caratteristica dei modelli di vita dell’homo ludens. Vi si pone una domanda importante: si può immaginare la prossima fase dello sviluppo culturale nella quale la caccia al consumismo e al piacere sostituerebbe gli scrupoli di coscienza, l’imperativo etico, il senso di fedeltà verso i prossimi e sé stessi?


Il consumismo e la leggerezza dell’essere

 


Nell’antropologia trasformata del futuro, invece dell’animal rationale, ci si troverà l’homo ludens? Il posto della regola cogito, ergo sum sarà occupato dallo slogan postmoderno Spiel macht frei? La McDonaldizzazione della spiritualità, ispirata dalla regola ‘compra, così sarai felice’ è  un fenomeno peculiare del ‘consumismo postmoderno’, che sostituisce le regole classiche della metafisica con gli slogan pubblicitari. Così, accanto all’invito ‘Try Jesus’ troviamo ‘Sii te stesso, prova la coca-cola’.


          Alla fine il consumismo postmoderno si rivela come la variante di una cattiva abitudine nella quale uno aveva rinunciato alla riflessione critica che da secoli determinava l’antropologica specificità dell’animal rationale. In conseguenza di ciò, si cerca sistematicamente di evitare tutte le domande essenziali sul senso, sacrificio o fedeltà. Nella versione laica della cultura banalizzata non troviamo più non solo la motivazione religiosa, ma neanche delle domande umanistiche sul senso della sofferenza oppure del nonconformismo. Dentro essa non ci sono né i dolori del giovane Werther, né le polemiche passionali di Naphty con Settembrini. Tra i personaggi nuovi dello stile postmoderno appaiono Paperino, Topolino, magari il Grande Fratello, come simbolo della civilizzazione che ha scelto come principio la mancanza di riflessione. In quanto saggio della teologia della Disney, dello stesso livello, può essere citata l’Ascensione del Topolino di Max Ernest. Topolino, ancora negli anni trenta visto da Frederico Garcia Lorca come simbolo della tragedia nella società americana, rimane un segno chiaro di un’epoca che evita le domande fondamentali della cultura che preferisce il consumismo alla riflessione.


Cercando delle alternative culturali alla fede religiosa, uno può dirigersi verso la ‘transconfessione’ eclettica che unisce gli elementi tipici di tradizioni religiose distanti, come per esempio il buddismo cattolico per gli agnostici. La società dello spettacolo e del supermercato inghiotte tutto quello che viene presentato come merce:  idee, valori, programmi e regole. Al posto  della preoccupazione appare la pseudospiritualità eclettica. Tra le sue forme si può osservarne una, relativamente indipendente dai pesi del consumismo, che viene definita da Czesław Miłosz (un poeta e saggista polacco) come tipica delle ‘menti religiose senzatetto’.  Allora, quel ‘senzatettismo’ culturale sarà peculiare per la mentalità del XXI secolo? Il protagonista dell’opera Verso Damasco di Strindberg, uno che dice : ‘Non ho casa, ho solo la mia valigia’, diventerà modello della nuova antropologia? Lo stesso motivo del perdersi nella vita viene accentuato da Julia Kristeva. Secondo lei, nei dibattiti contemporanei, invece della domanda ‘chi sono?’, che si poneva all’epoca, appare oggi la domanda ‘dove sono?’ meno profonda dal punto di vista del contenuto; l’uomo invece determina la sua identità attraverso la cattegoria del nomade residente negli alberghi.


          Supponiamo che lo sviluppo futuro della cultura vada in una tale direzione. Ciò significherebbe una rivoluzione nel modo di percepire la natura umana. Finora, l’apertura al mondo dei valori religiosi, etici ed estetici costituiva un tratto specifico nello sviluppo della specie umana. Quei valori erano distanti sia dallo stile dell’homo ludens, sia dalla pragmatica che porta profitto nella lotta per l’esistenza. I nostri antenati non traevano nessun profitto dalle domande metafisiche sull’arche, né dai dibattiti matematici sui punti zero-dimensionali e le rette parallele. La cultura dell’Europa nasceva dallo stupore per quello che era disinteressato: dalla delicatezza socratica della coscienza, dalla sensibilità estetica, dalle profonde questioni metafisiche che esprimono la particolarità della nostra specie. Aspettare che una tale tradizione sia abbandonata presto, per essere sostituita da altri atteggiamenti marginali per l’homo sapiens, sarebbe privo di fondamento. 
La biotechnologia e l’homo sapiens 3.0


          Gli ambienti che annunciano la morte di Dio, dichiarano spesso anche la morte dell’uomo e sostengono che il postmodernismo culturale sarà sostituito dal postumanesimo, oppure dal transumanesimo. Il termine ‘transumanesimo’ viene da transitional humans, cioè le creature umane  transitorie. Il postumanesimo invece, è una fase della cultura tipica per le forme umane sviluppate così tanto, dal punto di vista delle loro possibilità e della loro esistenza,  che non si potrà più trattarle come uomini. La forma concreta di tali proposte è ‘il nuovo mondo favoloso’ di Ray Kurzweil, un autore che annuncia la morte del genere Homo sapiens e la nascita della sua variante tecnologizzata, quella di un computer cosciente, chiamata l’homo sapiens 3.0. La fase intermedia nello sviluppo dell’umanità, cioè la versione 2.0, sarebbe la cultura in cui i successi nel campo della nanotecnologia sostituirebbero la biologia dell’organismo umano, eliminando le sue inevitabili imperfezioni. Il mutamento dell’identità umana, che costituisce una svolta per la cultura, viene chiamato da Kurzweil ‘singolarità’ (singularity), in relazione alla singolarità iniziale e finale nello sviluppo dell’universo, definita dalla cosmologia relativistica. L’esistenza della specie umana è solo una frazione minima nella lunghissima evoluzione del cosmo, di tanti miliardi di anni.  La cosiddetta Eva mitocondriale, la nostra simbolica madre e la prima rappresentante della specie Homo sapiens, secondo dei genetisti, sarebbe vissuta circa 100 mila anni fa. Se prendiamo in considerazione che l’evoluzione del cosmo, contata dal momento del Big Bang dura da circa 13.7 miliardi di anni, otteniamo una statistica scioccante dalla quale risulta che durante il 99.99% della sua storia l’universo si è evoluto senza la presenza dell’osservatore umano, dotato della facoltà di riflessione. Secondo alcuni scettici, siccome l’uomo è apparso molto tardi, sarebbe anche sparito molto presto.


          Previsioni simili non devono essere trattate con fatalismo. Il futuro della nostra cultura non dipende da cause determinanti esplicite, ma dall’impegno dell’uomo e dall’apertura ai valori che determinano l’orizzonte specifico dell’esistenza della nostra specie. A noi fu affidato l’ambiente naturale dell’uomo nel cosmo e anche l’insieme dei valori essenziali, definiti da Giovanni Paolo II come 'ecologia umana'. Lo sviluppo futuro dell’umanità dipende soprattutto dalla nostra responsabilità per la cultura, il nostro valore comune.


          Lo sviluppo futuro della cultura non può essere predetto davanti alla scrivania. Karl R. Popper, nella sua critica schiacciante di Marx e Hegel, dimostrò in modo convincente che la cosidetta necessità storica non avrebbe fatto realizzare un solo scenario degli eventi futuri. La filosofia della storia di Popper trova una conferma nel caso della Cecoslovacchia. Dopo 45 anni dal ‘lavaggio del cervello’ ideologico, la Slovacchia oggi è uno stato in cui la vita spirituale fiorisce, mentre la Repubblica Ceca è in profonda crisi religiosa. Di una tale situazione sono responsabili i fattori determinanti dell’ateizzazione programmatica, tra l’altro l’attacamento (commitement) alla tradizione, i rapporti tra l’elemento razionale ed emozionale nel formare degli atteggiamenti religiosi, l’impiego degli ambiti intellettuali nel formare una gerarchia dei valori.


          L’autore dell’opera The Poverty of Historicsm, criticando il marxismo ed il hegelismo, dimostrava che non ci sono delle leggi universali e necessarie della storia, esistono soltanto certe regolarità statistiche, ma parlare della necessita storica inevitabile è anti-intellettuale. Quindi parlando del futuro dell’Europa non si deve drammatizzare, bisogna invece accettare la sfida, è necessario accorgersi delle nuove sfide per la nostra generazione. Così come l’epoca postmoderna sottopose l’Illuminismo ad una critica radicale ed eccessiva, i modelli culturali oggi promossi con orgoglio potrebbero essere rifiutati nel futuro. La forma concreta dei mutamenti della cultura europea dipende in alta misura dal nostro impegno e dalla nostra responsabilità per quel settore dell’ ’ecologia umana’ che si manifesta come un’espressione particolarmente matura della cultura europea.


Tra l’utopia e la disperazione

 


          La sopraddetta mancanza delle forme alternative dello sviluppo culturale conduce alla domanda seguente: i valori religiosi condizionano l’unico scenario ammissibile dello sviluppo futuro dell’Europa? Senz’altro, delle versioni areligiose dello sviluppo culturale, capaci di soddisfare hic e nunc alcuni rappresentanti della civiltà europea, potrebbero funzionare durante un certo periodo. Ci si pone solo la domanda se sarebbero abbastanza solide nel senso da poter assicurare a lungo lo sviluppo culturale, reso possibile dal cristianesimo? Cercando la risposta a questa domanda bisogna ricordarsi che la sensibilità dell’uomo contemporaneo, la sua lotta contro la sofferenza, la dignità, la sua ricerca del senso della vita, differiscono dalle caratteristiche analogiche delle generazioni precedenti. Victor Frankl non è pure da solo ad affermare che il bisogno del senso è il bisogno fondamentale dell’uomo. Possiamo giustificare le nostre rinunce, fare sforzi sovrumani, diventare nonconformisti, solo se vediamo un certo senso di tali comportamenti. Il ritrovamento del senso esige però l’apertura alla realtà trascendentale, che nella religione appare come l’esperienza di Dio.


          Un’altro elemento importante per l’esistenza umana dal punto di vista della cultura è legato all’atteggiamento definito da Karl Jaspers come situazioni-limite (Grenzsituationen). Un tale atteggiamento appare nelle situazioni di estrema sofferenza, delusione, tradimento da parte dei prossimi o quando si è vittime di giudizi ingiusti. Vivere delle situazioni simili nella prospettiva laica conduce alla disperazione, al senso della sconfitta, dell’insuccesso. Non è che la religione dovrebbe allora portare subito conforto facile, ma è piuttosto che nella prospettiva religiosa uno dovrebbe ritrovare la giustificazione delle azioni difficili e non gradite al pubblico. Quelli che non trovano una tale giustificazione, nella disperazione possono ripetere dopo Maria Janion, una filosofa polacca, le seguenti parole: ‘Rifiuto la religione come consolazione… Non possiamo fare nient’altro che stare nella nostra condizione tragica. C’è solo quello e niente di più.’


          Quale alternativa hanno tutti quelli che non accettano lo ‘stare nella tragica condizione’ come modello dell’esistenza per l’animal rationale? La loro tragicità, sradicata dal senso, può prendere varie forme. L’eutanasia oppure la fuga nell’oblio ne tracciano uno dei percorsi possibili. Nella sua scelta un ruolo importante viene svolto dal fattore intellettuale. Un’altra possibilità viene presa in considerazione da Andriej Tarkowski, un eminente regista russo. Egli esprime la paura che l’eliminazione della fede religiosa dalla cultura europea possa condurre in conseguenza ad una barbaria apocalittica. Le sue previsioni non saranno dei segni del ‘pessimismo cassandrico’ se ci ricordiamo che sia il nazismo che il bolscevismo erano delle conseguenze dell’eliminazione della fede religiosa dalla cultura occidentale.


          Un’altro valore, senza cui lo sviluppo futuro della cultura è difficile da immaginare, è proprio la dignità della persona umana. Quella dottrina era formata dalla verità biblica sull’uomo creato a immagine di Dio. Nel suo sviluppo, l’universalismo evangelico che accentuava la morte e la risurrezione di Cristo per la salvezza di tutta la famiglia umana, svolgeva un ruolo importante. Il concetto della dignità umana era determinante per l’approvazione della dottrina sui diritti umani, tipica per la tradizione europea. I tentativi di allontanamento da questa dottrina si possono vedere oggi sia nel trattamento della persona in modo strumentale, sottomessa alle regole della competizione e del successo, che nel presentare le regole dell’umanesimo come sintomi dello ‘sciovinismo specifico della specie’, in cui si cerca di innalzare l’uomo al di sopra del mondo degli animali.

 

 Sopravvivere oppure morire?


       Alla domanda sulla possibilità di sopravvivere di una cultura senza valori bisogna rispondere con un’altra domanda: quale cultura sarebbe? È come chiedere se una cultura senza arte, poesia, musica o senza filosofia potesse resistere. Un ipotetico homo ludens, al quale i nomi di Dante, Rembrandt o Mozart non dicono niente, potrebbe senz’altro vivere in un certo modo, privo di fascinazioni estetiche e profonde questioni intellettuali. Però un’esistenza del genere, è davvero quello l’oggetto delle aspettative di una specie che è evoluto dall’ameba ad Einstein? La generazione che vorrebbe percepire la dimensione religiosa della vita nelle categorie puremente pragmatiche, spesso pone la domanda: a che cosa ci serve Dio? È come chiedere: a che cosa ci serve la poesia? A che cosa ci serve la musica? A che cosa ci serve la santità?


          Sono ben lungi dall’aspettare che lo sviluppo futuro della cultura europea possa continuare la tradizione dei santi, dei martiri oppure dei costruttori delle cattedrali. I mutamenti culturali nella nostra epoca sono più profondi di allora. Nella sua storia, il crisitianesimo già prima sperimentò un mutamento culturale simile, portando la Buona Novella dalla provincia della Galilea al Foro Romano e all’Aeropago di Atene. All’epoca, gli apostoli erano capaci di servirsi della lingua latina e greca, invece dell’aramaica, mostrando il saper dialogare in varie condizioni culturali. Il dialogo contemporaneo interconfessionale ci fa sperare che i valori religiosi universali possano svolgere un ruolo importante nella trasformazione creativa della cultura europea. In quella prospettiva, l’apertura alla realtà trascendente di Dio costituirà una base al senso, alla bellezza e alla sensibilità delle coscienze, senza cui non è possibile lo sviluppo della cultura dal nostro punto di vista. In una tale prospettiva, il Vangelo della vita diventa un’ispirazione alla cultura della vita, capace di essere più forte delle crisi temporanee. Ciò esige però una cura costante per ‘l’ecologia umana’, creata dal mondo di tutti i valori che fondarono la cultura dell’Europa.



Traduzione dal polacco : Agnieszka Radziszewska

 Philip Jenkins, The Next Christendom. The Coming of Global Christianity, Oxford University Press: 2007.
 R. Rorty,  HYPERLINK "http://en.wikipedia.org/wiki/Contingency,_irony,_and_solidarity" \o "Contingency, irony, and solidarity" Contingency, irony, and solidarity. Cambridge: Cambridge University Press, 1989.
 Katharine Tait, My father Bertrand Russell, London 1975.
 Julia Kristeva, Pouvoirs de l’horreur. Essai sur l’abjection, Paris: du Seuil 1980.
 C. Cristopher Hook, Nanotechnology, Cybernetics, Transhumanism and Remaking of Humankind, in: Human Dignity in the Biotech Century, eds. Charles W. Colson, Nigel M. de S. Cameron, InterVarsity Press: Downers Grove 2004, p. 86.
 Ray Kurzweil, The Singularity is Near, Viking Penguin: New York 2005.
 Giovanni Paolo II, Centesimus annus, p. 39.
 Janion, Intervista per la GW, 2006.
 Krzysztof Zanussi, Europa ducha w kulturze inspirowanej Ewangelią (L’Europa dello spirito nella cultura ispirata dal Vangelo) in : Arystokratyzm ducha, a cura di M. Sokołowski, Warszawa: Comandor, p. 253.